Quando il tennis entra nel suo miglio verde

Quando il tennis diventa un romanzo…

di ENRICO SISTI

13 Luglio, 2018

Quando il tennis entra nel suo miglio verde non sembra possibile altra soluzione se non quella dell’estinzione fisica di almeno uno dei due contendenti, con la sua conseguente sconfitta sportiva. Dopo quasi sette ore di partita il tennis diventa una sordida, spietata e struggente mescolanza di volontà e appannamento, crampi e immutato desiderio di portare a casa il risultato. A quel punto il tennis lancia messaggi spaventosi e mirabili, ti fa scoprire che c’è anche un altro modo di interpretarlo, è sofferenza qualunque gesto si compia in campo. E lo è anche per chi vede. Quanto il tennis smette di limitarsi e oltrepassa i confini della disciplina controllata (dalle regole) può trasformarsi in qualcosa di atroce e al tempo stesso di straordinario: diventa uno sport estremo, miracolosamente accettato da chi lo pratica e inevitabilmente adorato da chi vi assiste. Perché non c’è niente di più esaltante che vedere due giganti come Anderson e Isner lottare per quella vittoria che col passare dei minuti (175 per il solo quinto set) andava sempre più somigliando a una lotta per la sopravvivenza del proprio equilibrio psico-fisico.

Il tennis delle estreme conseguenze (l’assenza del tie-break a Wimbledon, Australian Open e Roland Garros) ha estreme conseguenze. E’ forse il momento più romantico dello sport: è una delle poche situazioni agonistiche in cui non c’è, per regola, una fine scritta. Se uno dei due tennisti non strappa il servizio all’avversario, in teoria si può andare avanti all’infinito. Ed è questo, più della paura dello sforzo fisico e della fine delle energie: è questo non sapere dove si andrà a finire e soprattutto quando si finirà, che rende il tennis “estremo” una cosa fantastica, unica. Nel togliere lucidità, il tennis estremo riporta i campioni ad uno stato di primitiva efficienza. Sempre di più col passare delle ore e con lo svanire della freschezza, essi sono costretti o condannati a riservare le proprie energie per ciò che meglio sanno fare (nel caso di Isner e Anderson, il servizio), trascurando il resto, che dovranno sempre più improvvisare, adattandosi (i tanti controbalzi di Isner). Il tennis che galleggia tra le sei e le sette ore di partita è pure letteratura. La partita lunga è come un romanzo: rappresenta la vita, ci sono le pagine emozionanti, i colpi di scena, i colpi bassi, le fasi di transizione, come nella vita in queste partite si sente battere il cuore degli esseri umani più che degli atleti allenati. Queste partite mettono a nudo non tanto i difetti dei campioni quando la loro coraggiosa lotta per evitare che questi difetti vengano a galla.

Questo tennis è un tennis da saga che stride con i tempi televisivi e così vorrebbero eliminarlo dotando anche Roland Garros, Wimbledon e Australian Open del tie-break anche al quinto set.  Ma dovranno pensarci bene. Non capita spesso che le partite si allunghino così tanto. Quindi non c’è tutto questo pericolo per i programmi di giornata (a parte stavolta perché si trattava della prima semifinale, mentre un discorso a parte va fatto per la Davis, dove forse è stato giusto inserire il tie-break al quinto). Togliendo, ossia cancellando dal futuro  la variante “estrema”, si potrebbe togliere al tennis la chance di un’appendice lirica che racconta tanto di questo sport, che sa e forse deve anche essere “estremo” e così facendo conserva qualcosa del suo passato senza disonorare le “agevolazioni” dei tempi più recenti. E’ vero: molti giocatori hanno paura di trovarsi in situazioni simili e chi ci si è trovato ha spesso detto: “Mai più!”. Ma se è vero che tutto ciò è anche spettacolo, questi ragazzi, molti dei quali non sono certo mal pagati, dovrebbero capire che trovarsi in mezzo a una partita che durerà sei o sette ore li potrebbe rendere non soltanto più popolari, amati, coccolati, ma li potrebbe anche avvicinare di più alla gente perché alla fine di una partita di quasi sette ore, com’è stata quella fra Anderson e Isner, in campo c’erano due umanità disidratate e poetiche che avevano consumato dieci cappellini, otto polsini, cinque litri d’acqua e un mare di maltodestrine, avevano il sangue alle dita e i piedi erano bollenti e rattrappiti nelle loro scarpe da buttare. Non succede tante volte, ma ogni volta che succede il tennis scrive il suo racconto più bello: che parla di sé. Lasciamo tutto così…

www.repubblica.it/sport/tennis/2018/07/13/news/wimbledon_e_la_semifinale_infinita_quando_fil_tennis_diventa_un_romanzo-201704705/amp/


2 risposte a "Quando il tennis entra nel suo miglio verde"

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